Teresa Maresca
  • INTERVIEW ON Collezione da Tiffany, web magazine >>> Link

  • da A MASTER OF INNER SPACE: TERESA MARESCA, by Ken Shulman
    I can think of no more appropriate place to exhibit the paintings of Teresa Maresca than a public aquarium. Yes, Teresa's current series of paintings all refer directly to water, as a source of life, as a place of reflection, and a space for human interaction. And I, it must be revealed, tend to several thriving aquariums in my home in Cambridge, Massachusetts (...) Teresa has always shown great skill with her brush and pencil. Excesses and flourishes are rare. Sensation takes precedence over detail. As an artist, Teresa has always sought a visceral connection "and not a technical or intellectual one" with her audience. At her best, and she is almost always at her best, she makes us long for places we have never seen or imagined, showing them, with great economy, to be as familiar as our childhood homes. Hers is an intimate beauty where action and reflection merge, with shadows that mime human silhouettes, with opaque surfaces that ripple and reflect, where the story's outward limits are sharply and irrevocably delineated, and its inward possibilities are impossible to predict.

  • Da Pittura come poesia, di Paolo Biscottini
    Song of myself già nel titolo esprime non solo la derivazione dalla poesia di Whitman, ma anche l'intento autobiografico dei dipinti, intento che resta l'argomento centrale di tutta la ricerca artistica di Teresa Maresca e del suo continuo cercarsi e riconoscersi. Del resto sono convinto che l'arte abbia sempre a che fare, tanto o poco, con la dimensione autobiografica, garante, tra l'altro, di una ricerca poetica nel tempo e fuori da esso. Nell'anima e nella storia. Nel pensiero e nello sguardo. L'opera d'arte rappresentazione dell'essere, sua percezione e sua forma. Qui si ritrova il senso della memoria, l'insistenza di un " noto e di un " ignoto, che pure affiora nella poesia. L'opera pittorica muove dunque da un'emozione, in questo caso suscitata dai versi di Whitman, per divenire immagine dell'anima, sosta nel tempo magico di ciò che era e sarà. Qui il presente artistico di Teresa Maresca si alimenta di qualcosa che fugacemente apparso e che aspira a conquistare tutto l'essere e a radicalizzarsi in esso. Ventotto giovani si bagnano lungo la spiaggia diventa così la fonte ispiratrice fondamentale non solo di un paesaggio mentale, ma anche di una sua abitabilità poetica e pittorica. Le pennellate lente e intense, paiono lambire la tela e scavare nella luce, fra ombre di blu profondi e chiarori ghiacciati, paesaggi lunari, dove sagome umane di un tempo ignoto e non definibile conferiscono alla scena il senso dell'apparizione.

  • da THE WEST BETWEEN MYTH AND ELEGY, by Franco Meli
    "...it is possible to draw strong analogies between representations of the West by Teresa Maresca and the world of the Western as revealed in the literary trilogy of Cormac McCarty. In both there exists the melancholy sense of decline of era and place...The work of Teresa Maresca is at once laconic and severe, bringing to mind to some degree Edward Hopper...motels, gasoline pumps, and desolate houses full of enigma and mystery...The Southwestern landscapes of Georgia O'Keeffe, punctuated by minimal shapes dried and picked clean by the desert..."

  • da Visioni di Lalla Romano
    E' possibile arguire (indovinare?) il mondo di un pittore dando un'occhiata allo scaffale dei libri nel suo studio? Trovo per esempio Munch e altri nordici nei ranghi della libreria di Teresa. E' un primo orientamento. Lo stile di un artista è anche frutto di una scelta culturale. Mi interessano -emotivamente e da un punto di vista culturale - le opere di Teresa : il "ma" inevitabile dipende dalla circostanza "storica". Io penso - e l'ho affermato pubblicamente - che la pittura sia finita con Morandi.
    Che cosa mi interessa dunque nelle pitture di Teresa? E' anche vero che la pittura continua a esistere, ma forse è un'altra cosa. Un'opera di Teresa: un acrilico su tela (del '96) secondo me indicativo. E' anche l'unica figura umana che io conosca, nella sua opera. Un'espressione forte di verticalità e di solitudine, ma soprattutto di fuinzionalità nel complesso geometrico dello spazio. Il "segno" è veloce, si direbbe istintivo, ma è estremamente cosciente, dunque pensato. Rafforzato - sottolineato - da profili di bianco. Formidabile.

  • da A CAVALLO DEL TEMPO di Roberto Mussapi
    A cavallo, perché l'arco centrale cavalca a gambe larghe le rotaie dove il tempo scompare nella sua corsa: Sembra un binario morto, ma in realtà è un binario cancellato dalla luce: vale a dire ciò che noi diciamo morto è semplicemente reso invisibile dalla luce.
    La luce infatti è bianca dove si perdono i binari (cioè la strada, il percorso) ma diventa più bianca, più eterea, nelle cinque finestre superiori , come a dire che salendo, avvicinandosi al cielo, assume una natura più rarefatta.(...)L'inconscio del pittore ha pensato un ponte veneziano ma ha realizzato una stazione, e in questo caso conscio e inconscio coabitano. La stazione è il luogo moderno dove passano i m oderni naviganti e nello stesso tempo collega, come il ponte veneziano, il bianco dell'aria all'ombra delle lancette dell'orologio, il segno delloltretempo all'illusione del tempo.

  • da AMERICANA, IL WEST TRA MITO ED ELEGIA di Franco Meli
    Mi pare di poter rilevare delle analogie tra la rappresentazione del west di Teresa Maresca e il mondo della trilogia western di Cormac McCarthy. In entrambi vi è malinconia per il declino di un 'epoca e di un paesaggio. Vi è il senso di una realtà in disfacimento e l'elegia per un mondo "grown cold", duro, impersonale e inautentico come tutto il resto del paese. Al west è stato sottratto l'indiano, il cow-boy, il coyote, il lupo e tantissime altre forme originarie di vita. Anche qui si è consumato l'allontanamento dell'uomo, assente nelle opere di Teresa Maresca (...) I suoi dipinti hanno tratti di laconicità ed anche severità che rimandano in qualche misura a Edward Hopper: motel, pompe di benzina, case solitarie, cariche di enigmi (...)
    Come accade per artisti tradizionalmente associati al precisionismo, perso soprattutto a Ralston Crawford e alla grande Georgia O'Keeffe, lo stile di Teresa Maresca mi pare geometrizzante: questo fa appiattire gli spazi, concedendo al colore un'importanza decisiva. In effetti i paesaggi del sud-ovest di O'Keeffe, punteggiati di forme minime, essiccate e spolpate dal deserto, suggeriscono un mistero e assegnano un destino al luogo che sono rappresi anche nei dipinti di Teresa Maresca.

  • da EVIDENZA DEL MONDO di Carlo Sini
    (...) I mortali però non ci sono. Nei paesaggi di Teresa Maresca la figura umana è assente. Ma questo non è tutto. Non si tratta di una semplice assenza ininfluente, né di una scelta meramente stilistica. Certo, la natura, semioticamente trasfigurata, è qui una presenza troppo grandiosa, troppo pan-oramica, perché l'uomo la possa segnare con la sua infima presenza. Ma non è solo una questione di proporzioni e di grandezze. In effetti il segno dell'uomo, in questi paesaggi, non può starci; la sua presenza turberebbe l'incanto e oscurerebbe il paesaggio. Il quele dunque parla di una natura maestosamente solitaria, rinchiusa nel suo sconfinato mistero, nella semplice e potente evidenza del suo esserci, più antico di ogni parola, estraneo ad ogni spiegazione, indifferente alle labili, evanescenti, superficiali tracce dell'opera umana, presto cancellata come un volto disegnato sulla sabbia. (...) l'assenza dell'uomo è il segno di una ben pervasiva presenza; perché il soggetto umano è là, in figura, direbbe Peirce, di Interpretante, ed è da qui che fa segno: luogo di evidenza del quadro stesso, suo riferimento che scandisce i bordi convenzionali della tela e li trasfigura in un punto cieco, irraffigurabile nel quadro, che rende possibile la visione.

  • da CHE COSA SARA' STATO di Giancarlo Ricci
    "E' davvero curioso come questa pittura, in apparenza così statica e lenta, inneschi una tensione temporale. La pittura non è più rappresentazione o descrizione, ma accadimento. Instaura un'attesa tra un prima e un poi...Tutto si gioca nella modulazione tra pieno e vuoto, pesante e leggero, scurità e luce, colori forti e lievissimi..."

  • da IL SEGNO DEL SEGRETO di Roberto Carifi
    E' vero che il segno di Teresa Maresca possiede una sua materialità che rende quasi tangibili gli elementi, ma il loro apparire rinuncia all'indiscrezione che definisce la fenomenicità, è piuttosto un approssimarsi che reclama il diritto all'incognita, una presenza che mantiene intatta l'alterità da cui proviene. Ma cosa significa che la natura non è fenomeno bensì enigma, un apparire discreto che a sua volta esige la discrezione, una manifestazione non manifesta che tuttavia porta alla luce e rivela, mantiene e preserva il non manifesto che è nel cuore di ogni manifestazione? L'arte di Teresa Maresca è innanzitutto una fenomenologia del segreto (...).

  • da NATURE di Roberto Sanesi
    (...) E non c'è dubbio che la pittura (come strumento e "soggetto") nel porre in evidenza la propria energia interna possa anche tradurre qualche allusione più o meno metaforica, per analogie: come potrebbe essere se si accetta come significativo (e non si vede come evitarlo) il fatto che la Maresca abbia sentito l'esigenza di esercitarsi, a un certo punto, sul particolare di un'immagine di Jackson Pollock, su quella gran fiammata del '37 nella quale appunto la consumazione si oggettivizza. Un pretesto, dunque, ma non casuale. Perfino le dimensioni dimostrano che quanto accade in una di queste opere è soprattutto l'esposizione di una serie di forze che si sprigionano direttamente dalla pittura per ricomporre nel particolare ingrandito una struttura naturale, non un particolare di natura. Per questo motivo le masse si geometrizzano senza astrattizzarsi, si semplificano senza perdere tensione, mostrano tutto il loro peso e tuttavia indicano una maggiore potenza dinamica, e insieme una solennità inattesa. Non imitano una realtà preesistente, o presunta, ma in qualche modo l'anticipano.

  • Ken Shulman per "Americana"
    Queste sono immagini che tutti conoscono. L'insegna metallica che cigola sui suoi cardini. La tronfia torre serbatoio, barcollante sui sostegni bitorzoluti. L'edificio senza occhi. I magazzini vuoti. Il silenzio sconcertante e impenetrabile. Incisa in un cuneiforme da cartone animato, smaltata di ruggini e di grigi e di azzurri, "Americana" di Teresa Maresca parla con una sintassi che non possiamo più decifrare e neanche penetrare, ma che ha ancora il potere di commuoverci.
    Perché queste sono le nostre distese mute, le nostre stazioni di rifornimento abbandonate, la nostra nebbia monolitica, informe. Anche se molti di noi non hanno mai messo piede su una distesa arida come spugna anidra, né hanno mai ascoltato i rotoli di erba secca del deserto sibilare per le strade di una polverosa e morente città mineraria, né si sono mai spinti fino a una di quelle strade a due corsie che serpeggiano tra cartelloni pubblicitari, siepi abbarbicate e erbacce prima di svanire all'orizzonte.
    "Americana" di Teresa Maresca è un'elegia per una terra che non è mai esistita, per un tempo che non può mai esistere. I suoi paesaggi sono tenebrosi, le sue strutture sono a disagio, un'eco di memorie vaganti tra vinili, libri e road movies; la moltitudine di voci senza nome che cantano la libertà della strada americana. "Americana" di Teresa Maresca è dipinta con pennellate separate, un recinto iconico in cui le icone vanno dal coccio ordinario all' archetipo prezioso.
    Il forno stinto e sbiancato. La caffetteria desolata. La stazione di servizio triste, stoica, vagamente comica, che non ha più né oggetto né scopo se non quello di darci allegramente il benvenuto. Quando ce li troviamo davanti agli occhi, non sappiamo se scartarli o semplicemente piangere il loro trapasso.
    Alcuni critici hanno già identificato accuratamente le molte fonti da cui questa artista trae la sua ispirazione, e quali siano i suoi riferimenti, hanno apprezzato la seducente mescolanza di spazio mediterraneo sconfinato e parcellizzato insieme che irradia da questi paesaggi onirici. Le opere parlano di manufatti americani e delle mani che li hanno modellati, di miti tanto ricchi da raggiungere un mondo lontano centinaia di miglia e di anni. Eppure queste immagini, pure sortite da un patrimonio comune, appartengono soltanto a Teresa Maresca. Esse vivono in un mondo privo di movimento, privo di qualunque forma di vita umana o animale, e privo di qualunque speranza in una loro possibile ricomparsa. Qualunque cosa dovesse accadere qui, è accaduto molto tempo prima che noi solo pensassimo di arrivarci. Come il mito della giovinezza, le storie sono state più volte narrate, lasciando poche tracce, poche eco. Anche le leggi di gravità sembrano aver perso il loro dominio in questi dipinti, abbandonando queste strade e questi scenari, e lasciandoli fragili e debolmente ancorati, come il set di un film abbandonato in qualche magazzino di Hollywood. E' logico e in sieme paradossale che Teresa Maresca sia venuta a esporre "Americana" in America, e proprio in Texas.
    E' logico perché nessuno stato o nessun paese sulla terra incarna meglio lo spirito e la sostanza di questi quadri. Ed è paradossale, come dovrebbero essere molti incontri tra mito e materia, un incontro tra un sogno senza tempo e il suo luogo di origine - ora sterile, muto e polveroso - in cui quel sogno non può più radicare.
    E' come se queste opere fossero finalmente tornate a casa, ma fossero un miraggio che scompare man mano che ci avviciniamo.

  • Americana : A Real Odyssey Through An Imaginary Land
    These are images that everyone knows. The metal sign, creaking on its chains. The bloated watertower, tottering on knobby stilts. The eyeless edifice. The empty stores. The staggering, fathomless silence. Etched in cartoon cuneiform, glazed in rusts and greys and blues, Theresa Maresca's Americana speaks in a syntax we can no longer decipher or even penetrate, but that still has the power to move us. For these are our wordless expanses, our abandoned fillings stations, our monolithic, formless haze. Even though most of us have never set foot on the spongy range or heard a tumbleweed sift through a dusty, dying mining town, or stretched to peer down a two-lane highway winding between billboards, barbed-wire fence, and tumbleweed before vanishing over the horizon.
    Theresa Maresca's Americana is an elegy to a land that never was, and a time that can never be. Her landscapes are murky, her structures ill at ease, a herd of stray memories rounded up from vinyl records and road movies and books; the multitude of nameless voices singing the freedom of the American road.
    Theresa Maresca's Americana is painted in fragmenting, isolating strokes, an iconic corral in which icons waver between common potshard and precious archetype. The bleached white bakery. The mournful coffee shop. The plaintive, stoic, vaguely comic filling station, which has lost all bearing or purpose except good cheer. When placed before our eyes, we cannot decide whether to discard them, or simply mourn their passing.
    Critics have already identified - and accurately - the many sources from which this artist draws, and to which she refers, have admired the beguiling blend of boundless plain and parcelled Mediterranean space that radiates from these dreamscapes. The paintings sing of American artefacts and the hands that fashioned them, of fables rich enough to reach a world thousands of miles - and years - away. Yet these images, through drawn from a common well, are Theresa Maresca's alone. They live in a world bereft of movement, of human or animal life, and the hope that either of these will return. Whatever was meant to happen here happened a long time before we thought to arrive. Like the myths of youth, the stories have been told and told, and left few traces or echoes. Even gravity seems to have relinquished its lawful sway in these paintings, leaving street and road scenes as fragile and tenuously anchored as a movie set on an abandoned Hollywood back lot. It is both fitting and ironic that Theresa Maresca's Americana has landed in America, and particularly in Texas. Fitting because no state or land on earth comes closer to incarnating the spirit and substance of these paintings. Ironic, as many meeting between myth and matter must be, a meeting between a timeless dream and the birthplace - now sterile, dumb, and dusty - in which that dream can n o longer root. It is as if these works had at least returned to their homeland, but were mirage that perpetually recedes as we draw perpetually near.
    Ken Shulman

Some e-mails from my friends

  • "J'ai bien apprécié les oeuvres de Teresa" (Yves Bonnefoy,poet)

  • "Yes, I liked your bathers, t. - and they are interest intertexts with Cèzanne while being entirely different and have different implications. And the Whitman departure is a great one" (John Kinsella, poet)

  • "Chére Teresa, J'aime la confrontation des deux : l'ossification des fleurs et la proposition de voir un massacre tel un lys. La beauté éphémère et la fragilité de la fleur sont traitées de la meme fa├žon que leur contraire, l'os, le non éphémère. Squelette et immortalité de la fleur ef fragilité du massacre redevenu vivant. C'est un vrai beau sujet " (Agnès Schneider, art dealer)

  • "Me encanta tu trabajo, ese recorrido de las cuevas al agua ahora ! " (Santos Lopez, poet)